Forme che si addizionano, si relazionano, con i loro colori sgargianti mutano in icone, simboli, sensi, in una parola: diventano “sintesi”. Astrazioni eleganti che nel loro rapporto bidimensionale si fanno gestalt divenendo maggiori della somma delle loro singole parti.
Sono conclusioni di processi dialettici, raccolte di elementi e concetti essenziali, operazioni che eliminano il superfluo, metabolizzazioni. L’intento sintetico è onnipresente nelle opere pittoriche di Bruf, sintesi anch’essa, del nome dell’artista Roberto Rufini.
La sua pittura è tanto concreta quanto sognante, una traduzione personale e comprensibile, una forma che, chi conosce Rufini lo sa, è mimetica al suo modo di fare e di essere. Un’arte astratta che meno astratta di così non si può, un’arte iconica che proprio sulla meditazione delle forme evapora in una crasi concertante, un po’ sintetica (di quel sintetismo bagnato dalle rive dello spazio digitale in cui siamo tutti immersi), un po’ artigianale (di quell’artigianalità che presuppone il peso del supporto, la progettualità dell’azione, il gesto della contemplazione, l’assoluto dominio della gravitas).
La serie di traduzioni che Bruf compie nel suo processo artistico sono il senso stesso delle sue opere, che mutano in policromi, in “utensili visivi”. L’artista sceglie la fonte visiva di partenza, pone l’accento su un’immagine digitale specifica immersa in quella bulimia visuale che caratterizza il tempo che abitiamo, la traduce poi in una grammatica personale eppure universale dal sapore grafico-pubblicitario. A suo agio nell’immaterialità dello spazio digitale, lavora di sintesi attraverso programmi di grafica, trasformandola in una trappola visiva suadente, la tradisce, restandone assolutamente fedele. Ancora una volta lo fa nel momento in cui termina la progettazione digitale e ne dona concretezza e peso, trasformandola in oggetto della realtà, dipingendola.
Quest’ultima azione sottolinea la demiurgia dell’immortale atto pittorico, l’immagine dal sapore digitale esiste, per Rufini, nel momento in cui si fa tavola, in un cortocircuito mimetico di concretizzazione dell’immateriale in cui l’azione del dipingere non dona elementi nuovi alla composizione che nasce digitale ma, come un amo, la pesca dal fluido indistinto e ne trasforma ogni singolo bit in materia luminescente. Rufini si fa macchina sensibile, stampa l’immagine progettata, fredda e concettuale, attraverso il suo gesto personale, unico e irripetibile. Fa sua, materialmente, un’immagine che prima era sua esclusivamente nel concetto.
Colore acrilico spesso addensato su tavole di legno: la scelta appare stupefacente. Tutta la progettazione digitale si frantuma nell’essenza del Rufini-faber che necessita della materia, quasi a trasformare quell’immagine digitale in scultura più che in pittura, in oggetto tridimensionale, spazialmente definito, nello spessore dell’acrilico steso con il pennello su un supporto robusto e arcaico.
Supporto dal sapore intimo e personale, in quanto molte delle opere in mostra sono dipinte su tavole di legno funzionali alla protezione delle risme di carta durante il trasporto e provengono dalla tipografia Ograro, spazio con cui Rufini intrattiene un duraturo rapporto professionale, di cui proprio SpaziOgraro, gestito da Eleonora Iori, ne è un’estensione.
L’immagine che contempliamo, allora, approda ai nostri occhi dopo un lungo navigare, trasformazione costante fatta di azioni consequenziali definite. I soggetti che ci appaiono davanti sono estremamente eterogenei ma in qualche modo ricalcano la dirompenza pittorica avanguardista del primo Novecento, divisa tra spiritualità astratta e ode al quotidiano: Aperitivo futurista lo palesa nel titolo, così come le astrazioni geometriche più ardite ricordano una certa trascendenza suprematista, i quadri pervasi dal sacro oro, gli Abbracci di una geometrica semplificazione che ricordano le sperimentazioni transalpine, i piccoli paesaggi metafisici che nella loro struttura ricalcano ambienti interiori totalizzanti, mai cupi ma sempre seri, i gatti iconici, idoli del contemporaneo, che ci fissano, nella loro geometria strutturata che diventa riflessione spaziale assoluta, tiepida introspezione epidermica che ci pone elegantemente a metà strada tra la passione del vedere e la concentrazione del guardare. E poi, in un lampo, ci troviamo nella traduzione pop di famose opere d’arte del passato, un geometrismo figurativo che trattiene la struttura ma carica l’immagine-fonte di nuovi significati bisbigliati.
Tutte le opere di Bruf, comunque, non si concludono nel rapporto che lui instaura con l’immagine prima e con la tavola e l’acrilico poi. Tutte le sue immagini, l’intento pop, il passato nella comunicazione, la sua verve, lo sottolineano. Le sue opere sono sempre un vettore, comunicano con chi le guarda, pongono questioni, rispondono a domande, danno senso all’incomprensibile, clonano la sua sensibilità e sono quindi – naturalmente – media, passaggi concreti di sé verso il mondo.
Quasi icone ortodosse, quasi manifesti pubblicitari, quasi rebus, le tavole di Rufini aprono ad un universo di sensi, sono una conversazione variopinta, durante una passeggiata, iniziata nell’intimità intellettuale per risolversi nel mondo, tra il cinguettio campestre e i clacson romani, tra la pace meditativa e il cabaret metropolitano, nella completezza dell’essere umano che tutto è e quindi tutto cerca.
Forme che si addizionano, si relazionano, con i loro colori sgargianti mutano in icone, simboli, sensi, in una parola: diventano “sintesi”. Astrazioni eleganti che nel loro rapporto bidimensionale si fanno gestalt divenendo maggiori della somma delle loro singole parti.
Sono conclusioni di processi dialettici, raccolte di elementi e concetti essenziali, operazioni che eliminano il superfluo, metabolizzazioni. L’intento sintetico è onnipresente nelle opere pittoriche di Bruf, sintesi anch’essa, del nome dell’artista Roberto Rufini.
La sua pittura è tanto concreta quanto sognante, una traduzione personale e comprensibile, una forma che, chi conosce Rufini lo sa, è mimetica al suo modo di fare e di essere. Un’arte astratta che meno astratta di così non si può, un’arte iconica che proprio sulla meditazione delle forme evapora in una crasi concertante, un po’ sintetica (di quel sintetismo bagnato dalle rive dello spazio digitale in cui siamo tutti immersi), un po’ artigianale (di quell’artigianalità che presuppone il peso del supporto, la progettualità dell’azione, il gesto della contemplazione, l’assoluto dominio della gravitas).
La serie di traduzioni che Bruf compie nel suo processo artistico sono il senso stesso delle sue opere, che mutano in policromi, in “utensili visivi”. L’artista sceglie la fonte visiva di partenza, pone l’accento su un’immagine digitale specifica immersa in quella bulimia visuale che caratterizza il tempo che abitiamo, la traduce poi in una grammatica personale eppure universale dal sapore grafico-pubblicitario. A suo agio nell’immaterialità dello spazio digitale, lavora di sintesi attraverso programmi di grafica, trasformandola in una trappola visiva suadente, la tradisce, restandone assolutamente fedele. Ancora una volta lo fa nel momento in cui termina la progettazione digitale e ne dona concretezza e peso, trasformandola in oggetto della realtà, dipingendola.
Quest’ultima azione sottolinea la demiurgia dell’immortale atto pittorico, l’immagine dal sapore digitale esiste, per Rufini, nel momento in cui si fa tavola, in un cortocircuito mimetico di concretizzazione dell’immateriale in cui l’azione del dipingere non dona elementi nuovi alla composizione che nasce digitale ma, come un amo, la pesca dal fluido indistinto e ne trasforma ogni singolo bit in materia luminescente. Rufini si fa macchina sensibile, stampa l’immagine progettata, fredda e concettuale, attraverso il suo gesto personale, unico e irripetibile. Fa sua, materialmente, un’immagine che prima era sua esclusivamente nel concetto.
Colore acrilico spesso addensato su tavole di legno: la scelta appare stupefacente. Tutta la progettazione digitale si frantuma nell’essenza del Rufini-faber che necessita della materia, quasi a trasformare quell’immagine digitale in scultura più che in pittura, in oggetto tridimensionale, spazialmente definito, nello spessore dell’acrilico steso con il pennello su un supporto robusto e arcaico.
Supporto dal sapore intimo e personale, in quanto molte delle opere in mostra sono dipinte su tavole di legno funzionali alla protezione delle risme di carta durante il trasporto e provengono dalla tipografia Ograro, spazio con cui Rufini intrattiene un duraturo rapporto professionale, di cui proprio SpaziOgraro, gestito da Eleonora Iori, ne è un’estensione.
L’immagine che contempliamo, allora, approda ai nostri occhi dopo un lungo navigare, trasformazione costante fatta di azioni consequenziali definite. I soggetti che ci appaiono davanti sono estremamente eterogenei ma in qualche modo ricalcano la dirompenza pittorica avanguardista del primo Novecento, divisa tra spiritualità astratta e ode al quotidiano: Aperitivo futurista lo palesa nel titolo, così come le astrazioni geometriche più ardite ricordano una certa trascendenza suprematista, i quadri pervasi dal sacro oro, gli Abbracci di una geometrica semplificazione che ricordano le sperimentazioni transalpine, i piccoli paesaggi metafisici che nella loro struttura ricalcano ambienti interiori totalizzanti, mai cupi ma sempre seri, i gatti iconici, idoli del contemporaneo, che ci fissano, nella loro geometria strutturata che diventa riflessione spaziale assoluta, tiepida introspezione epidermica che ci pone elegantemente a metà strada tra la passione del vedere e la concentrazione del guardare. E poi, in un lampo, ci troviamo nella traduzione pop di famose opere d’arte del passato, un geometrismo figurativo che trattiene la struttura ma carica l’immagine-fonte di nuovi significati bisbigliati.
Tutte le opere di Bruf, comunque, non si concludono nel rapporto che lui instaura con l’immagine prima e con la tavola e l’acrilico poi. Tutte le sue immagini, l’intento pop, il passato nella comunicazione, la sua verve, lo sottolineano. Le sue opere sono sempre un vettore, comunicano con chi le guarda, pongono questioni, rispondono a domande, danno senso all’incomprensibile, clonano la sua sensibilità e sono quindi – naturalmente – media, passaggi concreti di sé verso il mondo.
Quasi icone ortodosse, quasi manifesti pubblicitari, quasi rebus, le tavole di Rufini aprono ad un universo di sensi, sono una conversazione variopinta, durante una passeggiata, iniziata nell’intimità intellettuale per risolversi nel mondo, tra il cinguettio campestre e i clacson romani, tra la pace meditativa e il cabaret metropolitano, nella completezza dell’essere umano che tutto è e quindi tutto cerca.